Il telegiornale

Di solito mangio la pizza in salotto, seduto sul divano. Lo so, certe cose non si fanno, ma ormai è un rito. Il rito è sempre accompagnato da un bel film ma, ieri sera, sono caduto nella trappola del telegiornale.

Da un po’ non ne guardo di TG, mi accontento della time line dei social, ché i miei amici sono abbastanza bravi nel selezionare le notizie più importanti (a parte qualche bufala nella quale cadono, raramente per la verità). Insomma ieri sera ho sentito della morte di una bracciante agricola e di un popolo europeo quasi alla fame. Il primo caso, quello del caporalato è stato archiviato come pratica mafiosa dal ministro Martina, il secondo, o meglio la storia della gestione degli aeroporti greci acquisita dai tedeschi è stata archiviata come normale investimento di una nazione ricca. Poco importa che proprio la Germania abbia prima concesso crediti a mani basse e poi sempre la Germania abbia preteso un immediato rientro… addirittura paventando un fondo di sicurezza lussemburghese nel quale mettere i beni storici della Grecia (secondo me i tedeschi pippano forte e duro).

Istintivamente ho collegato i due territori interessati da questi eventi al turismo (non è marketing, giuro!) e su Facebook ho scritto che “mi sono spesso interrogato sugli effetti del turismo sulla popolazione locale sperando che questo fosse benefico per i luoghi e le persone. Sarà un caso, ma devo prendere atto che nazioni ricche acquistano gestioni d’aeroporti turistici in luoghi dove le persone stanno facendo la fame e in Italia, in una delle regioni che beneficia maggiormente di questo nuovo boom turistico, purtroppo si muore ancora di caporalato. Sarò un sognatore odiato dagli addetti ai lavori, apparirò come benaltrista, ma finché i residenti non si emanciperanno e diventeranno padroni del loro destino e della loro terra, studiando, approfondendo, sperimentando e valorizzando i loro luoghi e formando una loro classe dirigente o creando competenze in grado di controllare i decisori – siano essi locali o stranieri -, il turismo farà peggio di quanto hanno fatto le compagnie petrolifere in Africa.”

Adesso mi piacerebbe riprendere il concetto di destin’azione che avevo abbozzato nel post del minestrone ma come sapete di questi temi non parlerò più su questo blog.

Passiamo quindi alla polemica dei direttori stranieri dei musei italiani. Quale posizione prendere? Forse bisognerebbe pensare al merito e alle capacità, guardare i curriculum e giudicare. Il problema sollevato è quello della mancanza di fondi e del malfunzionamento dei musei italiani nei quali difficilmente tali personaggi potrebbero inserirsi e convivere. Staremo a vedere, per il momento – e sapete quanto mi sia difficile – non mi sento di contestare il ministro Franceschini per due motivi: il primo è che in materia non ci capisco niente; il secondo perché fui proprio io, quando si paventò l’ipotesi di un italo-straniero alla presidenza dell’Enit, a “proporre” – si fa per dire, e all’insaputa dell’interessata – Harriet Green, ex CEO di Thomas Cook come persona ideale. Il problema non è la nazionalità, il problema è sapere se gli italiani hanno sufficienti conoscenze e capacità d’analisi per comprendere se i direttori opereranno bene o male, riuscendo in corso d’opera a riparare a errori di valutazione o di scelta. E si torna alla questione della formazione della classe dirigente e della qualità del controllo e della misurazione.

Per il resto ho ascoltato la brutta storia dell’appassionato “custode” di Palmira. Il povero “Khaled Asaad aveva custodito per oltre 50 anni le rovine e aveva nascosto centinaia di statue prima dell’arrivo degli integralisti islamici” ed è una fine molto triste quella che gli è toccata. Un gesto eroico, nonostante l’accorato appello dei colleghi di tutto il mondo di fuggire da quei luoghi ormai perduti per sempre. E come dice, se non sbaglio Galileo: sventurata la terra che ha bisogno di eroi.

La notizia più leggera, solo perché finita bene, è stata quella del bombardamento di grandine da parte di Giove pluvio ai danni di un velivolo dell’Alitalia, forse una secca presa di posizione degli Dei nei confronti della fusione dell’italico vettore con gli emiri.

Quella più strana invece è che mai, associazioni di categoria e sindacati italiani hanno parlato con tanto rispetto e lungimiranza di lavoro come ha fatto ieri Papa Francesco.

La prossima volta la pizza la mangio in cucina dove il televisore non c’è. Amen

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