L’onnipotenza del marinaio col culo grosso

Il mare non è mai stato amico dell’uomo. Tutt’al più è stato complice della sua irrequietezza.
Joseph Conrad, Lo specchio del mare, 1906

Ierlaltro, lasciando un’isola del mediterraneo, in una giornata mista tra tramontana e grecale, imbarcai con poca voglia su una nave che, al suo arrivo in porto, approcciò due volte il molo: alla seconda ci riuscì. Dalla pancia della nave sortirono un numero considerevole di vacanzieri e altrettanti che, dopo aver assistito alla manovra mal riuscita, avrebbero lasciato l’isola.

Nonostante le manovre laboriose d’attracco, il personale sul porto e quello a bordo, con una eccezionale velocità, fecero uscire tutti i mezzi e poi consentirono di ospitare a bordo tutte le auto, i bus e i camion che insistevano sul molo per tornare in terraferma. La nave ripartì alla volta del continente con soli 6 minuti di ritardo sulla tabella di marcia.

Dopo circa mezz’ora di navigazione oltre il previsto, sorgevano i primi dubbi tra i passeggeri che, increduli, scrutavano dai finestrini il porto d’arrivo ancora inspiegabilmente troppo lontano. Anche i più avvezzi alla traversata iniziavano ad avere qualche dubbio.

“Scusi, cosa sta accadendo?” – si rivolgeva preoccupato un passeggero ad un giovane dell’equipaggio. “Niente, perché?” rispondeva il corpulento ragazzo in uno slang che molto ricordava i dialetti del meridione italiano.  “Perché di solito impieghiamo poco più di un’ora e dopo circa un’ora e mezza siamo ancora fuori dal porto” ribatteva il passeggero. La nave aveva dei seri problemi, il vento si opponeva al suo entrare in porto. “E lei è sicuro che siamo partiti in orario?” Rilanciava il corpulento e bassino marinaio senza il badge di riconoscimento, che il laccio da portare al collo gli sortiva fuori dalle tasche dei pantaloni evidenziando un fondo schiena che ricordava più pantagrueliche cene piuttosto che agili manovre marinaresche.

Il passeggero se ne andò indispettito chiedendosi per quale motivo l’equipaggio non desse informazioni circa il ritardo che andava pian piano accumulandosi. Allo stesso tempo, l’altoparlante informava che la boutique di bordo era aperta e lo faceva con una regolarità e un volume imbarazzanti.

Il marinaio, sì quello col culo grosso, aveva vicino a sé una cricca di tre energumeni, anch’essi di corporatura massiccia, ma meno ingombranti, anch’essi poco slanciati ma che parlavano lo stesso slang. Il marinaio li guardava con uno sguardo tra il furbo e il beota – mixati come solo la mamma sempre incinta dei cretini sa fare – e disse: “e mica possiamo chiedere al mare di calmarsi”. I compagni del marinaio sorridettero e aggiungendo: “tanto che hai da fare, rilassati” riferendosi al passeggero ormai allontanatosi.

Con un’ora di ritardo si aprì il portellone che consentì l’uscita dei mezzi, nessuna comunicazione da parte dell’equipaggio, anzi la pressione per velocizzare al massimo l’uscita dalla pancia della nave, oltre alla consapevolezza che, in quel marinaio col culo troppo largo per essere quello di un marinaio, c’era tutta la spavalderia di chi pensa di essere onnipotente e di non dover dare spiegazioni, ma che si comporta nel suo piccolo ruolo come quel comandante italiano, del quale non ricordo il nome, ma si dice, adagiò 4000 persone su uno scoglio e se ne andò a bere un caffè.

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