Io non mi sento pessimista ma per fortuna o purtroppo lo sono

Da un po’ di tempo mi sento fuori posto quando tutti intorno a me ostentano ottimismo. Li guardo un po’ con invidia, spesso anche con tenerezza ma in particolare con “compassione imminente”. Quella compassione che spesso immagino di dover sentire verso quegli individui per i quali gli eventi mi porteranno, nell’immediato futuro, a percepire emozionalmente la loro sofferenza e quell’istinto che poi mi porterà a desiderare di alleviarla. Son fatto così!

Non ero ottimista quando tutti cantavano dai balconi l’inno nazionale, emotivamente travolgente ma, sommessamente, mi chiedevo che senso avesse urlare dai balconi “siam pronti alla morte”. Cavolo, c’è un coso strano che gira con un’efficienza strepitosa e che non vede l’ora di fotterci e noi in pratica, sprezzanti del pericolo, gli indichiamo dov’è schierata la coorte. Poi siam passati a Romina e Albano e a quel punto ho capito, meglio dei virologi, che era un virus con qualche difetto, che prendeva i più anziani e deboli e che lasciava evidentemente immuni gli umani con pessimi gusti musicali.

Anch’io provai a essere ottimista usando l’hashtag #andràtuttobene. Dopo un po’ ho smesso perché continuare a usarlo anche dopo 1.000 caduti in battaglia mi pareva più una constatazione di cronica incoscienza che un buon auspicio. Ecco perché ho apprezzato l’#andràcomeandrà della mia amica Camilla.

Provai a essere ottimista quando il farmacista mi chiamò per dirmi che le mascherine erano arrivate, salvo poi constatare che, come le bande in Cecità di Saramago, io ero il cieco e lui il capo banda con il bastone. 12 euro per una mascherina FP3 anonima, pressoché tarocca, per giunta con uno scontrino al 10% invece dell’Iva al 22% come previsto dalla legge.

Poi iniziai a invidiare gli ottimisti sentendomi sempre meno nella loro barca e non capivo il perché, erano e sono tutte persone che stimo. Sì mi sentivo giù, non mi sentivo sufficientemente all’altezza. Come mai non sono ottimista? Perché mi incavolo se qualcuno mi accusa di essere pessimista?

Non ero ottimista il giorno che ho dovuto, per un centinaio di volte, alzare la cornetta e chiamare persone che aspettavano di iniziare a lavorare per dirgli che il loro lavoro non c’era più. Ero pessimista, oltre il dovuto, perché mi aspettavo reazioni scomposte e invece ho trovato persone che non dico facciano proprio il tifo per me, ma sento tutto il loro sostegno.

Non mi sento pessimista ma quando in un solo giorno ti disdicono contratti per 50 mila euro, e il giorno dopo altrettanto, e poi ancora e ancora e ancora… un po’ provato finisci per esserlo.

Non sono pessimista ma dalle evidenze che ho, non saranno né big né pig data, non posso essere ottimista. Mi sarebbe più congeniale applicarmi nelle nano tecnologie o nella cardio chirurgia. Perché non c’è nessun indizio che in fondo al tunnel ci sia la luce. Perché, voi avete capito dov’è il tunnel?

Non penso che gli ottimisti abbiamo dati migliori dei miei, inizio a pensare che a un certo punto gli ottimisti in fondo siano quelli che non hanno idea di quel che è adesso e sperano così che tutto passi alla svelta (bel film). Un opportunismo di comodo come lo chiama Sandro Veronesi in uno scritto che ho trovato online googlando nella speranza di trovare una ragione del mio non ottimismo.

Il comodo ottimismo che alcuni ostentano forse, per dirla come Veronesi, è la speranza che il cambiamento imposto porti sempre opportunità e migliori mondi possibili per difendere sostanzialmente uno status quo con il perpetuarsi degli stessi equilibri.

Mi sono accorto a un certo punto di essere realista, nel senso che, forse per deformazione professionale e perché spesso le mie azioni sono finalizzate a tutelare persone e aziende devo cercare nella concretezza della realtà le basi per fondare le mie decisioni e le mie strategie. Fuggendo anche l’altro fronte e cioè quello del pessimismo di maniera.

Ho provato a essere ottimista sperando al rinsavimento dei politici ma è andata male, ci tocca la peggior classe politica durante la crisi più grande di sempre. Con i virologi non è andata granché. Quindi mi sono sentito più vicino a coloro che all’ottimismo privilegiano la realtà. Consapevoli che molto del futuro è nelle mani di ognuno di noi. Tra questi Roberto che oggi chiude la mail che mi ha mandato con “speriamo che ce la caviamo”. Quel ce la caviamo contiene un grande ottimismo sì, ma nelle nostre risorse personali e la consapevolezza che il tutto dipende da quello che facciamo domani.

No, non è ottimistico venire a sapere che uno Stato squattrinato per magia riesca a far arrivare 600 euro pure ai notai, ai geometri, ai disoccupati cronici, agli assistiti senza diritto, buoni pasto a chi non ne merita e se li rivende.

Nulla sarà come dopo. Ho dimostrazione infatti che gli stronzi saranno più stronzi, i poveri più poveri e gli svantaggiati non pervenuti.

Adesso siamo un popolo di dimenticati. Tutti che scrivono lettere e pubblicano paginate elemosinando denari da uno Stato che non ha un euro, come quando i bimbi al supermercato piangono per le caramelle e il babbo non ha i soldi per comprare il pane. Oppure come ha scritto il mio amico Vincenzo: siamo un paese che vuol fare le frittate senza rompere le uova.

Non sono ottimista quando nessuno propone, grida, si prende i rischi, non sono ottimista quando da associazioni di categoria e perfino dai sindacati senti riciclare vecchie ricette che non hanno funzionato neanche nei tempi migliori.

Così mi viene di correggere Guccini: “Una politica che è solo far carriera, l’ottimismo interessato, la dignità fatta di vuoto, l’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto.”

Se fosse vera questa storia che “nel dopo saremo migliori”, io avrò torto, Guccini cambierà il testo e questa volta per davvero nel mondo che faremo, Dio è risorto. Ché anche questa della risurrezione, non lo vorrei dire ma mi sembra una sorta di Fase 2 un po’ troppo ottimistica.

Che ognuno abbia cura di sé, che già non sarebbe male!

Photo by Kyle Glenn on Unsplash

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