La ragazza uccello

Una ragazza gli stava davanti in mezzo alla corrente, sola e immobile, guardando lontano verso il mare. Sembrava una creatura trasformata per incanto a somiglianza di uno strano e bellissimo uccello marino. Le lunghe, sottili gambe nude erano delicate come quelle di un airone e intatte, salvo dove una striscia smeraldina di alghe aveva formato un segno sulla carne. Le cosce, più piene e di una tinta tenue come l’avorio, erano denudate quasi fino ai fianchi, dove gli orli bianchi dei calzoncini sembravano piume di soffice lanugine bianca. Le gonne blu ardesia erano rialzate audacemente intorno alla vita e riunite dietro a coda di colomba. Il seno era come quello di un uccello, soffice e delicato, delicato e soffice come il petto di una colomba dalle piume scure. Ma i lunghi capelli biondi erano di ragazza: e di ragazza, toccato dal miracolo della bellezza mortale, il volto.
Era sola e immobile e guardava lontano verso il mare; e quando sentì la presenza di Stephen e l’adorazione nei suoi occhi, volse gli occhi verso di lui accettandone serena lo sguardo, senza vergogna o civetteria. Lungamente, lungamente ne sopportò lo sguardo e poi serena distolse gli occhi da quelli di Stephen e li chinò verso la corrente, agitando piano qua e là l’acqua con il piede. Il primo lieve suono di acqua mossa piano ruppe il silenzio, sommesso, lieve e bisbigliante, lieve come le campane del sonno; qua e là, qua e là: e una fiamma lieve le tremò sulla guancia.
“Dio del cielo!”, gridò l’anima di Stephen, in uno scoppio di gioia profana.
Le volse le spalle improvvisamente e si incamminò attraverso la spiaggia. Aveva le guance in fiamme, il corpo ardente, le membra tremanti. Si allontanò avanti, avanti, avanti, a grandi passi, sulle sabbie, cantando selvaggiamente al mare, gridando per salutare l’avvento della vita che lo aveva chiamato.
L’immagine della ragazza gli era entrata nell’anima per sempre e nessuna parola aveva rotto il sacro silenzio della sua estasi. Quegli occhi lo avevano chiamato e la sua anima era balzata al richiamo. Vivere, errare, cadere, trionfare, ricreare la vita dalla vita! Un angelo selvaggio gli era apparso, l’angelo della gioventù e della bellezza mortale, un messaggero dalle belle corti della vita, per spalancargli dinanzi in un attimo di estasi le porte di tutte le vie dell’errore e della gloria. Avanti, avanti, avanti!

– James Joyce, Dedalus, Ritratto dell’artista da giovane

Immagine MaxPixel (1)

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