Il vaccino per sopravvivere

Una serie di appunti tratti da libri che possono aiutarci a riconoscere i fascisti e i loro simili

Vi racconto di una serie di letture che ho incontrato e che mi hanno consentito di decidere lucidamente da che parte stare, forse anche di acquisire la consapevolezza che è arrivato il momento che tutti si riprenda a parlare e fare politica senza indietreggiare, ché il tempo dell’ignavia è finito.

Una tecnica di lungo periodo, ve lo dico subito. Gli italiani necessitano ogni tanto dell’uomo col manganello al quale delegare tutto il delegabile nella speranza di essere gli ultimi a essere colpiti dall’immane dardo.

Se dovessi elencare i mali più grandi dell’Italia li riepilogherei in mafia e fascismo. Se leggete superficialmente la nostra storia, dall’8 settembre (anche qualche giorno prima) vi renderete conto che i due mali – secondo le cronache – li abbiamo combattuti a lungo. Se leggete bene e scavate un po’ più a fondo vi accorgerete che non è così.  Non è che dovete leggere libri difficili anzi, spesso ve li ritrovate tra le mani per puro caso.

Il primo è il libro di diritto pubblico delle superiori, inizio degli anni 80, edito da Le Monnier,  uno dei curatori era Roberto Ruffilli che otto anni dopo veniva ucciso dalle Brigate Rosse.

Ruffilli scriveva: “Tale scontro  – tra DC e alleati contro PCI e socialisti, ndrspinse i partiti di governo e la DC in particolare, a ritardare a lungo l’attuazione di parti significative della Costituzione, sfruttando fra l’altro la serie di ambiguità e le astrattezze del«progetto» di rinnovamento dello Stato e della Società in essa contenuto. Si accentuò così una continuità degli apparati statali tradizionali quali si erano consolidati nel periodo prefascista e fascista con l’impiego della possibilità da essi offerte per le esigenze di potere delle forze governative”.

Non una cosa da poco se a scriverla è un democristiano che, come rivendicarono le Brigate Rosse nel volantino del 21 aprile 1988: “ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali.”

Un altro colpo di scena, per così dire, che riguarda la fase di start up della democrazia italiana lo trovate nella relazione della Commissione d’inchiesta del Senato della Repubblica guidata da Giovanni Pellegrino che, nella XII legislatura, aveva l’obiettivo di indagare le cause della mancata individuazione delle stragi.

La relazione parte con il paragrafo “Il nodo siciliano” dove tra le altre cose si fa riferimento a due dispacci americani tra l’altro resi noti nella relazione di minoranza del Movimento sociale italiano – movimento che se tutto avesse funzionato come doveva non sarebbe dovuto esistere -, presentata al termine dei lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia della VI legislatura:

Il titolo del primo è “Meeting of Maffia Leaders with General Giuseppe Castellano and formation of group favoring autonomy”. Il testo, anch’esso in inglese, dice: “Signore, ho l’onore di informarla che il 18 novembre 1944 il generale Giuseppe Castellano, insieme ai capi della Maffia, presente Calogero Vizzini, si è incontrato con Virgilio Nasi, capo della nota famiglia Nasi di Trapani, e gli ha offerto di assumere la direzione del Movimento per l’autonomia siciliana, appoggiato dalla Maffia (…). Il Movimento è ancora in una fase iniziale di organizzazione, quindi questo mio rapporto non potrà essere completo. Il generale Castello (…) ha stretto contatti con i capimaffia e li ha incontrati in più occasioni.“

Il secondo documento datato 27 novembre 1944, ha per titolo: “Formation of group favoring Autonomy under direction of Maffia”. In esso è ripreso il testo di un rapporto dell’OSS nel quale è detto tra l’altro: “Dopo tre giorni di incontri segreti con esponenti della Maffia a Palermo, il generale Giuseppe Castellano, comandante della divisione Aosta di stanza in Sicilia, ha steso una bozza di accordo sulla scelta e l’appoggio di un candidato come Alto Commissario per sostituire il favorito Salvatore Aldisio, della Democrazia Cristiana. (…). Il candidato è un cavallo oscuro, un famoso siciliano, Virgilio Nasi, boss della provincia di Trapani, che è stato avvicinato dal generale Castellano, dopo aver esposto il suo piano ai capi dell’alta Maffia durante la settimana. L’incontro tra il generale Castellano e Nasi è avvenuto sabato su una spiaggia fuori mano a Castellammare del Golfo. Erano presenti due luogotenenti di Nasi, l’ex aiutante del generale Castellano in Nord Africa e a Roma, il capitano Vito Guarrasi e l’avvocato Vito Fodera”.

Insomma, mi era parso di capire che gli italiani erano stati “liberati” ma non si capisce da chi!

Certo, l’Italia dall’8 settembre 1943 e per diverse settimane che seguirono l’armistizio fu “una nazione allo sbando“, Elena Aga Rossi intitola così il suo libro che The journal of american history definisce“un’affascinante ricostruzione degli eventi del luglio-settembre 1945.” La Rossi conclude sostenendo che l’8 settembre creò una frattura: “il rifiuto di fare i conti con la nostra storia da parte della classe politica post-fascista e la storiografia hanno separato due Italie: quella vecchia dello sfascio dell’esercito e quella nuova della risposta antifascista.”

Mi par di capire che, finita o quasi la guerra, potevamo cogliere l’occasione di scegliere la nostra strada invece, per codardia, il generale che ci rappresentava nelle fasi delle trattative per l’armistizio si presentò in borghese (pronto per la fuga e l’abbandono dei suoi uomini) cedendo le redini alla mafia, e tra la Costituente e l’effettiva attuazione della Costituzione furono lasciati ben oleati tutti i meccanismi per il “riposizionamento” dei fascisti all’interno dell’amministrazione pubblica.

Sull’indole dell’italiano tradizionale troviamo, nella piccola biblioteca Adelphi, un eccezionale scritto di Salvatore Satta che narra il profilo del nostro popolo con sarcasmo e amarezza dal titolo De profundis. Dalla dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 all’armistizio dell’8 settembre 1943, passando per la notte del 24-25 luglio e il Gran Consiglio che sfiduciò Mussolini ad opera di Dino Grandi.

Satta narra degli italiani – semplifico un po’ – che una volta scesi in guerra non vedevano l’ora di perderla,  degli ebrei che fino a poco prima dell’emanazione delle leggi raziali erano abbastanza filo fascisti, dei contadini che sfruttavano le miserie dei cittadini bombardati strozzandoli con il mercato nero degli alimenti, con baratti iniqui di proprietà e dignità, delle razzie nelle caserme lasciate vuote da militari in fuga. Militari che spesso venivano accuditi e protetti dagli stessi contadini che magari, un giorno prima, avevano negato il pane ad uno sfollato. Un libro che termina con l’angosciosa descrizione di un rapporto tra l’autore e un suo conoscente con il quale, fino a pochi giorni prima della fine della guerra, “ho scambiato onestissimamente tabacco con uova” vedendolo tagliare con rabbia gli ultimi alberi rimasti, il Satta comprese, dopo un botta e risposta, che “con la stessa semplicità di spirito“ – con la quale costui abbatteva gli alberi – “avrebbe vibrato, ieri o domani, contro di me la sua scure.

Se volete comprendere con quale capacità taluni sono riusciti a riciclarsi camaleonticamente e con estrema lucidità c’è un esempio su tutti, un vero e proprio caso di studio. Giuseppe Volpi, per chi vuole approfondire c’è la bella biografia di Sergio Romano (editore Marsilio), parla di industria e finanza tra Giolitti e Mussolini.  Ministro delle Finanze dal ’25 al ’28, senatore dal ’22 al ’43. Ne ha fatte di tutti colori: Presidente delle Assicurazioni Generali prendendo il posto di un ebreo grazie alle leggi raziali, Presidente di Confindustria, quando fu “licenziato” da Mussolini e annusando la mala parata tentò di riparare in Svizzera , si distinse come promotore di eventi culturali di grande spessore, alla fine finanziò la resistenza. Morì nel 1954, i funerali furono officiati da Roncalli che poi sarebbe diventato Papa. Non ebbe tempo di assistere alla tragedia del Vajont, una storiaccia nella quale la SADE, società  fondata da Volpi ad inizio ‘900, ebbe non poche responsabilità.

Per studiare la fase mimetica, dove si nascondono i fascisti moderni, chiudo con due libriccini: uno edito da La nave di Teseo che riprende il discorso di Umberto Eco al simposio del 25 aprile 1995 alla Columbia University in occasione delle celebrazioni per la liberazione dell’Europa; il secondo è il fascismo degli antifasciti di Pier Paolo Pasolini, una raccolta di scritti tra il 1962 e il 1965 tra i quali trovate un’interessante lettera del regista a Italo Calvino.

Pasolini avverte che il “nuovo fascismo alberga nella prepotenza del potere propria della civiltà dei consumi capace di modificare un paese più profondamente di quanto non sia riuscito di fare al regime mussoliniano.”

Dopo queste letture e dopo aver preso coscienza della situazione attuale non è difficile notare che il momento politico, il clima di odio e paura, di dubbio e lo spavaldo, egoistico scontrarsi di nazionalismi che fomentano la guerra e la paura del ricco (non più di tanto) contro il povero, si comprende che c’è bisogno di un nuovo antifascismo ché i fascisti nel frattempo si sono riposizionati e stanno conquistando consenso ipotecando quel po’ di futuro che è rimasto.

Ne “il principio maggioritario” scrive Edoardo Ruffini “non di rado le rivoluzioni sono state fatte, a dispetto della maggioranza, da una minoranza che in regime di suffragio sarebbe stata battuta”.

Non vedo differenza tra tutti i movimenti di destra che formano l’attuale maggioranza italica: impauriti, egoisti, bugiardi e forse anche un po’ vigliacchi quando si esercitano nel limitare le libertà degli altri. Non vedo differenza tra le caratteristiche di questa maggioranza e quelle dell’italiano tradizionale di Satta.
Forse essere, adesso, in minoranza è un’opportunità per fare quel che da troppo tempo rimandiamo.

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