Di voucher, legislatori e sindacati ovvero del Viva il Re!

Dunque i voucher non ci sono più. Il problema non sarebbe grave se vi fossero contratti o sistemi alternativi per far fronte a momenti di lavoro sopra la media che qualche volta accadono nel turismo. Il mondo del lavoro è in continua evoluzione, i lavori “alternativi”, i robot, gli algoritmi, la cosiddetta “uberizzazione” hanno stravolto un mercato che ha altre necessità e metodi di consumo.

Neanche la liquidità – per dirla alla Bauman – rappresenta la situazione del lavoro contemporaneo, ché forse è più allo stato gassoso, a volte plasma, liquido e anche solido seppur sempre meno (meglio smettere ché a chimica avevo 4).

Non mi è piaciuta questa lotta al voucher, questo assimilarlo al lavoro nero, quando ritengo che sia servito a due cose: la prima ad abbatterne una buona quantità e la seconda ad evidenziare la possibilità di abbatterne molto altro. E poi come sempre la legge contro i furbetti, mai una legge a favore degli onesti.

Siccome esistono commercianti che non fanno lo scontrino sarebbe dunque opportuno chiudere tutti i negozi?

Dovendo gestire un’azienda non hai tempo di sofisticare troppo, il turismo non solo è fortemente stagionale (per buona pace dei destagionalizzatori), ma anche all’interno della stagione ha dei picchi importanti, immaginate per esempio i matrimoni, i convegni, i raduni, si svolgono maggiormente nei week end, alcuni in maggio altri in settembre e in quei giorni il tuo personale non è sufficiente. E’ anche difficile immaginare una programmazione di lungo respiro dato che le prenotazioni, anche di eventi importanti (e mai continuativi nel tempo) avvengono sempre più a breve.

Non è sufficiente neanche in aziende – parlo per esperienza diretta – che hanno raddoppiato la forza a tempo pieno in tre anni, che hanno tagliato le esternalizzazioni tornando a gestire direttamente ampie porzioni dei processi aziendali e che hanno utilizzato voucher per non più del 3% del costo globale del lavoro, in particolare in periodi di bassa stagione (le poche volte che si riesce a farlo).

Adesso qual è la soluzione più confacente e simile ai voucher? Il famoso job on call, ossia il contratto a chiamata. Personalmente non penso vi sia rapporto più antipatico, brutto e mal organizzato. Alla variabilità del mercato del lavoro, alle molteplici condizioni di concorrenza, in particolare nel turismo, possiamo far fronte con un contratto a chiamata che tiene “legato un dipendente” anche se lo chiami per un’ora in un mese. Un contratto che prevede l’applicabilità a chi ha meno di 25 anni e più di 55, che se supera 400 ore in tre anni diventa a tempo indeterminato e pieno.

Ma il bravo – si fa per dire – legislatore ha messo una pezza in più fasi a questa situazione, in sostanza il turismo (meno male) è fuori dal limite delle 400 ore (ma non a quello dei vincoli di età, che restano validi: se hai tra i 25 e i 55 anni t’arrangi).

E come posso vedere quali sono le mansioni e i lavori che possono sforare le 400 ore? Secondo il Quotidiano del Lavoro del 6 marzo scorso il D.M. 23 ottobre 2004 risponde così: “è ammessa la stipulazione di contratti di lavoro intermittente con riferimento alle tipologie di attività indicate nella tabella allegata al Regio decreto 6 dicembre 1923, n. 2657” Si arriva a ciò dopo un interpello (n. 10/2016) che sostiene che il regio comma è vigente in forza della disposizione di cui all’art. 55, comma 3, del D.Lgs. n. 81/2015 e quindi è possibile rifarsi alle ipotesi del R.D. n. 2657 del 1923.

Dunque la mossa più innovativa in risposta alle problematiche attuali del lavoro è una tabella del 1923. Mentre i lavori più richiesti al mondo 10 anni fa non esistevano e sono sempre più intermittenti se non sporadici, dobbiamo consultare una tabella nella quale insistono ancora: personale dei manicomi, fuochisti e scambisti ferroviari, personale del ricevimento bietole negli stabilimenti degli zuccheri, operai addetti al rapido essiccamento del sapone.

Nel turismo i ruoli son cambiati poco e quindi siamo ben coperti: camerieri, personale di cucina, e personale che svolge ruoli a contatto con la clientela. Ma il bello è che nella particolarità del caso il giudizio spetta “all’ispettorato dell’industria e del lavoro” in particolare se mancano “ gli estremi all’art. 6 del regolamento del 10 settembre 1023, n. 1955 in merito a prestazioni discontinue o di semplice attesa o custodia).

In un recente articolo de il Sole 24 Ore si diceva che, con l’abolizione dei voucher, si tornava indietro di vent’anni, troppo buoni, siamo tornati al 1923.

In tutto questo tempo legislatori e sindacati si devono essere distratti, forse complice la seconda guerra mondiale, il piano Marshal, gli anni di piombo, l’austerity e la Milano da bere, stiamo tutti meglio.

Nel frattempo Uber ha raggiunto i 70 miliardi di dollari di capitalizzazione “distruggendo” le regole del lavoro (metodi che alcune volte anch’io disapprovo), la disoccupazione giovanile si difende alla grande, io sono contento che il figlio più grande lavora in Francia e i politici che dal 1923 ad oggi non si sono accorti che i fuochisti ferroviari non esistono più continuano a prendere lo stipendio. #statesereni.

P.S. Se qualche specialista del lavoro, data la mia conoscenza limitata in materia e i probabili errori di interpretazione della tabella, sapesse fornirmi una soluzione più semplice e magari successiva al 1923 gliene sarei grato. Viva il Re e la sua tabella.

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