L’Economist sdogana Twitter tra gli indicatori economici per comprendere #Grexit

Sulla crisi europea, ché definirla greca mi pare una palese bugia, mi ero espresso in un post precedente. La mancata solidarietà, una serie di concetti fondativi dell’Unione che si sono evidentemente persi per strada e una serie di manifestazioni di potenza e di mancata potenza per le strade del nostro continente. Tutte quelle valutazioni mi hanno portato a farmi l’idea abbastanza strana, ma sempre più fondata, del fatto che la “nostra unione” funzioni solo a livello economico e non per garantire “un’armonico livello di sviluppo unitario” bensì per fissare sempre più la potenza di taluni stati a danno di altri. In sostanza l’Europa così com’è serve solo per rinforzare le economie di due paesi (Francia e Germania) – che per giunta fanno anche i sacrificati – a danno di tutti gli altri. Esposizione-banche La prova in questo bel post di Andrea Banares che spiega come il peso dei crediti inesigibili delle banche tedesche e francesi verso la Grecia, siano stati spalmati su tutti gli stati europei, non solo su quelli che si lamentano di continuo. La prova che il sistema funziona solo se ci sono paesi che vanno male è che una gran parte di crediti degli stati verso la Grecia sono ricaduti sulle economie dei paesi messi peggio e cioè Spagna e Italia che presto – e in particolare dopo l’ormai quasi scontata uscita della Grecia – saranno le due nuove prede da spennare. Se guardate bene il grafico l’esposizione delle banche francesi e tedesche messe insieme di 123,82 mld di dollari (119,3 mld di euro) si sono tramutati in 108,3 mld di euro (-11 mld di euro circa) di debiti statali, i 6,86 mld di dollari delle banche italiane (6,16 mld di euro) si sono trasformati in 40,87 mld di euro di credito statale (+ 32 mld di euro circa) e gli 1,21 mld di dollari (1,09 mld di euro) di crediti delle banche spagnole si sono trasformati in 5 anni in 27,35 miliardi di euro (+27 mld circa). In sostanza Italia e Spagna le prossime prede più deboli messe insieme vantano crediti superiori alla sola Germania o della sola Francia. Detto questo ribadisco quanto vado scrivendo da due giorni su Facebook: il problema non è l’uscita della Grecia dall’Europa, il problema è che i dementi che hanno creato questa situazione nell’Europa ci restano e conteranno anche di più. Detto questo e tornando al titolo vi consiglio questo post dell’Economist che, forse ma non troppo, lascia qualche speranza – per dirla turisticamente – last minute. La cosa simpatica, e che mi ha fatto sorridere un po’, è che nella tabella in fondo all’articolo tra i vari indicatori economico-finanziari l’Economist inserisce anche la progressione giornaliera dell’utilizzo, su Twitter, dell’hashtag #Grexit. Sicuramente qualche storyteller professionista saprà capirne l’utilità, che a me onestamente sfugge. grexit_economist

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