10 motivi per cui un politico non dovrebbe occuparsi di turismo

La relativa facilità con la quale è stato possibile gestire e operare nel turismo in Italia, dal dopoguerra ad oggi, è il motivo dell’attuale situazione critica della macchina politico istituzionale che si dovrebbe occupare delle politiche relative al mondo dell’ospitalità generale (Enit su tutti). La generosa affluenza dal resto del mondo che storia, rinascimento e cultura ci hanno regalato nei secoli ci ha illuso che operare, decidere e scegliere in materia turistica siano cose semplici. Adesso che il gioco s’è fatto difficile siamo ingessati, incapaci di reagire. Anche il non aver mai preso sul serio il comparto come una vera e propria industria ci ha salvato. Ci ha salvato da quella concentrazione di incompetenza politico-imprendoitoriale ben raccontata da Gallino ne La scomparsa dell’Italia industriale.

Fortunatamente, ma con grande sacrificio e sudore, fino ad oggi nel turismo italiano i veri lavoratori sono piccoli imprenditori che gestiscono le loro case come alberghi (e viceversa) insieme a dipendenti coscienziosi (il numero di posti letto per dipendente in Italia è tra i più alti in Europa), senza alchimie politico-finanziarie che tanto sono costate ai calcolatori Olivetti, alla telefonia, alla chimica, all’aeronautica italiana fino alla moda che, mi vengono i brividi solo a pensarlo, fu definita a suo tempo “il petrolio d’Italia”.

Si, da un po’ di tempo è il turismo a essere definito petrolio. E la cosa è preoccupante, accade in contemporanea con la sostanziale impreparazione del Ministero del Turismo che, in barba ai tecnici, si autodetermina nel promuovere turismo/Expo/eventi – tutto in un colpo solo – con un metodo arcaico e assai discutibile. Mentre vengono chiuse Apt, svuotate le Provincie dei compiti in materia turistica, trasferite le competenze alle Camere di Commercio che nel frattempo non hanno ricevuto istruzioni in merito al perimetro delle competenze turistiche e vedono diminuire i fondi a disposizione, mentre si invitano sindaci a unire sforzi tra colleghi per catapultarsi in gestioni associate e assistere al mutamento di sindaco, assessore e altre amene figure in provetti destination manager che rispondono alle sollecitazioni di operatori con delle supercazzole disumane e destination manager che, imposti da grazie politiche, diventano silenti approvatori di scenette politico-turistiche malcelate dietro finalità elettorali. Poi non c’è da stupirsi quando una campagna promozionale turistica usata come bandiera per una campagna elettorale si trasforma in terreno di scontro tra forze politiche opposte, mettendo a serio rischio reputazione e competitività di una destinazione.

Un politico non dovrebbe mai “immischiarsi” nel turismo per una serie di buone ragioni:

1) un politico non deve essere individuato come il titolare assoluto di una strategia di promozione turistica e tanto meno usare questa in chiave di campagna elettorale. L’opposizione finirebbe per attaccare un’operazione promozionale che costa molte risorse e ha bisogno di andare a regime, come minimo in 2/3 anni portando i suoi frutti forse in 5 anni. In Italia, ogni sei mesi, si vota qualcosa dalle Europee alle presidenze delle associazioni locali, la guerra politica finirà per dividere gli attori locali della destinazione portando detrimento all’offerta turistica.

2) un politico anche nel ruolo di assessore o anche di ministro non può autodeterminarsi in pratiche di promozione turistica, non ne ha le qualità e tantomeno le competenze (come dico sempre, chi si occupa di turismo in Italia, nella migliore delle ipotesi, è l’ultimo dei non trombati oppure il primo dei trombati) è come se il ministro della salute decidesse di fare il chirurgo operando pazienti a cuore aperto.

3) un politico che si rispetti in Italia, se invitato a un convegno, se tutto va bene sarà in grado di pronunciare un discorso con questi passaggi determinanti: l’Italia è il paese più bello del mondo, i turisti devono venire qua perché abbiamo mare, cultura, storia, montagne e buon cibo, facciamo un bel portale per disintermediare e battere le OTA (qua già siamo al massimo della conoscenza), i più 2.0 saranno in grado di comunicare il lancio della nuova app.

4) nel turismo siamo abituati a misurare tutto in ranking, stelle, ROI, ROS, medie pasto, ricavo medio, presenze, arrivi. Il politico nel difendere la “sua” campagna promozionale nella maggior parte dei casi reciterà il karma seguente: “il turismo non è andato bene, ma se non avessimo fatto la campagna pubblicitaria sarebbe andato peggio”.

5) perché il politico di solito spiega e gestisce le statistiche, come sostiene Twain, come i briachi: più per sostenersi che per illuminarsi.

6) perché lo spoil sistem al quale siamo abituati, nel turismo, non funziona. Aziende e destinazioni maturano i risultati di operazioni ben congegnate, nella più veloce delle ipotesi, in due/tre anni o fino a 5 come un ciclo economico che si rispetti.

7) perché il politico è abituato a ergersi unico protagonista mentre una destinazione, per avere successo, deve vedere protagonisti tutti gli operatori e i cittadini di tutte le idee politiche, imprenditoriali e religiose coesi in una unica mission. Con maggior successo dove questi ingredienti maggiormente si fondono.

8) perché nel turismo nulla è duraturo come il mutamento e di solito i politici sono ingessati a strategie di comodo e lotte di potere.

9) perché avere la possibilità di viaggiare non significa essere esperti di turismo, non illudetevi.

10) perché il lavoro del ministro del turismo in Italia non dovrebbe essere il lavoro migliore quando si apre il cancello del Colosseo a Obama ma il ministro dovrebbe fare di tutto affinché il lavoro di coloro che devono ospitare nel migliore dei modi chi, per amore e per passioni le più disparate, viene a visitare l’Italia, diventi il lavoro migliore.

E’ patetico vedere tanti destination manager che dovrebbero gestire le destinazioni trasformarsi, gioco forza, in yes man al servizio di politici che per caso o per errore si ergono a esperti di turismo salvo essere al massimo dei cecchini miopi. Questo è il settore più competitivo al mondo e siamo chiamati a una sfida planetaria dal cui risultato dipende tra il 10 e il 15% del PIL nazionale.

Siate più responsabili, voi politici, quando trattate queste materie perché la posta in palio non è una poltrona ma il futuro di qualche milione di persone, scegliete professionisti competenti e fateli lavorare, per qualche anno insieme ai residenti, ripeto e sottolineo insieme, solo così potrete ottenere dei risultati politicamente dignitosi e economicamente accettabili.

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