Il presepe del maestro Ciacci

“E’ un mondo perfetto in miniatura di artigiani e pastori
emblema di una vita in cui ciascuno fa bene la sua parte”
Paola Mastracola

Il presepe del maestro Ciacci me lo ricordo come fosse oggi, eppure lo facemmo tutti insieme, tutti noi alunni della classe quinta del tempo pieno di Viale Giotto una quarantina d’anni or sono.

Il tempo pieno alle elementari – proprio davanti casa – arrivò come una liberazione, dopo tre anni di elementari dalle suore. Il maestro Ciacci, che ci portò in quarta e in quinta, se non ricordo male, se ne andò in pensione quando noi ce ne andammo alle medie.

Il tempo pieno in via Giotto era una meraviglia: campo di calcio, basket e pallavolo all’aperto, grande palestra, laboratori di ceramica, aeromodellismo, tipografia, aule nuovissime. Mangiavamo tutti assieme e tutti le stesse cose, dalle suore c’era il menù per i più abbienti (con tavolo e sedie) e quello per i meno abbienti (con tavolo e panche). Eravamo a metà anni 70: fu una rivoluzione.

Fuori dalla scuola era un’altra storia, un’altra rivoluzione. Tutte le sere, in quegli anni, al telegiornale scoppiavano bombe, da un po’ di tempo saltavano per aria banche, treni, piazze, poi sarebbero saltate per aria anche le stazioni. Quella scuola che ti riempiva tutto il tempo era una zona franca negli anni di piombo.

Con Mario Ciacci non c’era un attimo di sosta: laboratorio di scienze e perfino una camera oscura ottenuta in uno sgabuzzino – entrando in palestra era sulla destra, se non ricordo male – dove sviluppavamo artigianalmente le foto in bianco e nero dei reportage cittadini che facevamo durante qualche sortita dai cancelli della scuola.

In questi giorni di polemiche su presepi sì o presepi no, su polemiche e strumentalizzazioni religiose e politiche e dopo aver letto L’utopia del presepe di Paola Mastracola e Il presepe della discordia di Sivan Kotler mi è venuta voglia di raccontare un presepe vecchio di quarant’anni che è sempre lì nella mia memoria.

Immaginate un maestro alle soglie della pensione, con una ventina di piccoli maremmani tutti intorno che sale sulla sedia e che inizia a staccare tutte le carte geografiche che insistevano sulle pareti della classe: Europa, Americhe, Asia, tutto il mondo. Poi, le mappe furono stese su un grande tavolo (lo ricordo immenso il tavolo posizionato all’ingresso della scuola). Sulle mappe vennero montate, in corrispondenza delle capitali europee, delle figure incollate a delle basi di legno e che ricordavano i monumenti famosi di tutte le città. Da queste figure (la torre Eiffel, il Big Ben ecc..) partivano dei fili luminosi che convergevano verso Betlemme.

Portammo da casa modellini di camion, le buste piene di animali di plastica che si trovavano a quei tempi nelle mesticherie vicino ai soldatini della Atlantic o dal giornalaio. Disponemmo gli animali nei paesi d’origine – ricordo l’armadillo, che posizionai un po’ troppo a nord nelle americhe e che uno scapaccione del Ciacci aiutò a ricollocare meglio tra Brasile e Argentina – quelli più facili erano i grandi classici africani: leone, zebra.. sull’elefante iniziarono le discussioni se posizionarlo in Africa o nelle Indie… e la tigre? Erano i tempi di Sandokan, Janez e la Perla di Labuan che ispirava già noi maschi undicenni.

Ma torniamo ai fili luminosi che convergevano, dalle capitali europee, verso Betlemme. Nella zona della grotta insisteva il classico presepe ma in tutto il resto delle mappe si trovavano, oltre agli animali, anche esempi di vegetazione, zone desertiche (ottenute con la terra asportata dalla zona centrale del campino di calcio dove l’erba non faceva in tempo a crescere e la terra diventava sabbia sotto la pressione di infinite gesta sportive, o quasi.) Insomma c’era tutto il mondo e anche un po’ della nostra terra in quel presepe. Quei fili luminosi provenienti dal nord ricco del mondo arrivavano a Betlemme da dove partivano strade asfaltate (le ottenemmo con la carta vetrata a grani finissimi di color nero, c’era perfino la striscia divisoria delle corsie fatta con il gesso) su quelle strade i modellini di camion portavano piccoli parallelepipedi di legno con su scritto “viveri” verso i paesi poveri del terzo mondo. Sparsi in qua e in la, simboli di paesi e religioni diverse, foreste e deserti, predatori e prede, ricchi e poveri. Era un presepe dove c’erano cinque anni di studi più o meno approfonditi, ma se impari a 10/11 anni dove mettere l’armadillo vi giuro che siete  avanti.

Se oltre all’armadillo a undici anni sai anche sviluppare le fotografie e comporre un giornalino scolastico, carattere tipografico dopo carattere tipografico, sei un pezzo avanti. Ecco, quel presepe del maestro Ciacci mi ha insegnato la differenza tra esclusione, integrazione, segregazione e inclusione.

inclusion

Forse è grazie a quel presepe se, ogni volta che sento qualcuno che vuol togliere un simbolo religioso da un muro, mi viene l’istinto di chiedermi se non sarebbe meglio, invece di togliere un simbolo, aggiungerne altri.

Ho maturato uno spirito fortemente laico, ma vedere il quattordicenne che ogni anno, e da qualche anno, crea presepi diversi in totale autonomia mi rasserena. Non credo sia un’utopia guardare il presepe come ispirazione di un mondo perfetto e di una vita in cui ciascuno fa bene la sua parte.

Auguri [ir]resposabili.

P.S. L’unica traccia che ho trovato di Mario Ciacci online è questa e quando ho letto “amato e stimato profondamente dai suoi alunni, cui seppe infondere l’amore alla conoscenza, il rispetto e la solidarietà vera per gli altri” ho capito che proprio di lui si stava parlando.

Foto di falco da Pixabay

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