Luoghi ospitali: l’isola che c’è

… pensando agli amici elbani, solo agli amici.

E’ di per sé, l’isola, una realtà profondamente unica, che ben si presta al sorgere dell’utopia: separata com’è dal mondo del quotidiano e del consueto, luogo dell’imprevedibile, l’isola è fatta di ossimori. Realtà di contraddizione, si dispone naturalmente a costituire un’altra figura dell’ospitalità. Essa è a tutti gli effetti una terra, ma legata com’è al senso di fluidità dell’elemento marino, acquista, nella geografia ambientale e antropica, uno statuto del tutto particolare. Ha un carattere ambiguo, l’isola. Può essere contemplata da un occhio “terrestre”, che la percepisce nella sua stabilità, solidità e fermezza, ma anche da un occhio marino, che ne coglie l’insidiosità, la chiusura, il limite. L’inserimento dell’isola in mezzo al mare (o, al contrario, l’irruzione del mare nei suoi anfratti terrestri) interrompe comunque quella monotonia che può annidarsi nel paesaggio quando in esso non si manifesti anche la possibilità del mutamento L’isola rende possibile proprio il mutamento anche nel senso concreto di “cambiamento di rotta”: una nave che se la trovi davanti non può non modificare il proprio percorso. L’isola dà confini quando limita l’infinitudine del mare, la sua bellezza senza recinti. D’altra parte, essa regala orientamento, possibilità di approdo, costituisce oasi nella distesa desertica del mare. Né mare, né terraferma, l’isola è spazio d’incontro, di fusione senza confusione, di differenza e di attesa. E’ speranza di interruzione della monotonia, auspicio di incontri nuovi, possibilità di una pausa nel cammino geografico e interiore. Fermarsi su un’isola regala l’esperienza numinosa dell’esistenza marina, che prevede un continuo processo di trasformazione, in una logica di vitale provvisorietà. Fra il “noi” della terraferma e l’isola di interpone uno spazio che sempre si avverte come incommensurabile, per quanto ridotto possa essere in termini quantitativi. Nessun luogo, come l’isola, è così aperto e così difficilmente assimilabile, al punto di diventare una sorta di altro per eccellenza. La relazione con questo altro è difficile da dominare, da circoscrivere, da confinare. Ma tale relazione va gestita nel rispetto della distanza, l’unica realtà che consenta un autentico avvicinamento. Esiste una differenza mai cancellabile che discende da una lontananza mai risolta e che in nessun modo si deve sopprimere. L’incertezza identitaria di cui l’isola fa dono fa sì che essa sia luogo in cui si sperimentano ad un tempo esilio ed asilo.

Ogni Ulisse lo sa.

Tratto da L’ospitalità è un mito? di Donatella Puliga, Il Melangolo

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