Lettera al capo della Polizia Antonio Manganelli

Qualunque cosa succeda…

Egregio Dottor Manganelli,

ho cercato su internet il testo delle sue scuse dopo il giudizio sugli eventi della Diaz, ho scoperto così che non è la prima volta che lei è costretto a questo atto riparatorio, è già accaduto con la madre di Aldrovandi.

Mi ricordo che più di dieci anni fa, nei giorni precedenti il G8, ebbi una forte discussione perché una persona a me cara espresse la volontà di recarsi a Genova a manifestare. Per mia indole, feci molta fatica a spiegare perché fosse il caso di non manifestare a Genova: ché il clima che il governo di allora stava creando mi  pareva una sorta di danza rituale e propiziatoria a che accadesse qualcosa, per attuare quella che è stata una gratuita repressione, o per dirla con le parole di Amnesty: la più grave sospensione dei diritti costituzionali nell’Europa del dopoguerra.

Ieri sera si discuteva circa la giustezza temporale del suo intervento, per bocca del portavoce della Polizia. Personalmente mi risulta un esercizio stilistico inutile pari all’eccesso di zelo dimostrato dai picchiatori della Diaz. Insomma, che la Polizia, in quel frangente, non solo avesse sbagliato obiettivo, ma che non avesse capito niente degli eventi genovesi mi pareva evidente già un’oretta dopo l’irruzione alla Diaz e qualche giorno dopo la liberazione dei “prigionieri” (termine da voi usato in quei giorni) a Bolzaneto.

Le scrivo perché mi risulta strano che, data l’evidenza dei fatti, nessun poliziotto abbia ritenuto di denunciare coloro che hanno fabbricato prove false (vedi le bottiglie molotov), perché nessuno abbia censurato coloro che, indossando una divisa, inneggiavano cori di stampo nazifascita.

Oggi ci viene fatto osservare che hanno pagato fior di professionisti, il fiore all’occhiello della nostra forza investigativa. Ma insomma, le pare possibile che lei venga chiamato a chiedere scusa, licenziare coloro che hanno messo a segno duri colpi alla malavita italiana, perché non è possibile sistemare questo fattaccio in altro modo?

E’ possibile che non si sappia con esattezza chi erano i poliziotti che hanno partecipato al pestaggio della Diaz? E’ possibile che io debba dubitare di tutti i poliziotti italiani onesti perché non conosco nome per nome chi ha picchiato giovani di tutta europa palesemente indifesi in quel preciso frangente, usando forza spropositata? E’ possibile che io non possa sapere perché cittadini inermi sono stati prima messi in pericolo dai black block, dai quali non solo non siete stati capaci di difenderli, ma neanche di distinguerli, così da picchiarli pure?

E’ suo dovere consentirmi di riconoscere i poliziotti che non hanno partecipato a quella operazione deleteria, lo deve a me a a tutti i poliziotti onesti. Non aspettate che sia una legge a imporvi di essere riconosciuti. Quando fate queste operazioni non mascheratevi come fanno i ladri, fatevi riconoscere, scrivete sul petto il vostro nome.

Ho iniziato con l’incipit della lettera di un eroe borghese che capì di dover morire per aver fatto il suo dovere, come io capii che lo Stato a Genova non avrebbe garantito la libertà di manifestare. E’ suo dovere isolare “quelli della Diaz” dal primo all’ultimo per il bene delle persone oneste e serie che operano tutti i giorni nella Polizia.

Da domani mettete con fierezza i vostri nomi sulle divise, è un segno di civiltà che ci dovete. Le scuse le faccia chiedere a chi ha fatto uscire il sangue a dei giovani che esercitavano i loro diritti pacificamente. Fare di tutta un’erba un fascio è perpetrare quegli errori tutti i giorni, per sempre.

Proseguo citando Ambrosoli: “il paese è quello che ci costruiamo noi con il nostro lavoro“. Il vostro è quello di proteggerci dandoci la libertà di chiamarvi per nome quando abbiamo bisogno, quando siamo deboli, quando siamo offesi.

Robi Veltroni

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